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Il pifferaio magico

 

Il pifferaio magico
ovvero topi di campagna e topi di città

Racconto di un percorso didattico di educazione ambientale per bambini dai cinque ai sette anni, tra città e campagna, di Carlotta Alessandrini, Lucio Mattioli, Roberta Rossi e Margherita Vagaggini, con la prefazione di Franco Lorenzoni. Edito da ERA NUOVA nella collana "I sassi magici"


PREFAZIONE

Un dettaglio, una proposta e una curiosa profezia.
Sono sempre i dettagli che catturano l’attenzione.
Così, guardando e leggendo le pagine del libro che avete in mano, ciò che più mi ha colpito è l’immagine delle educatrici ed educatori colti ancora in pigiama, al mattino, negli spazi della loro scuola.
Cos’è successo? Come si permette una insegnante di presentarsi in quelle condizioni a bambine e bambini regolarmente iscritti in una rispettabile scuola materna dello stato in quel di Terni?
Sicuramente c’è sotto qualcosa o, meglio, qualcosa è sottosopra.
I bambini, fin da piccolissimi, prima ancora di camminare e di proferir parola, esplorano gli spazi della loro casa in ogni direzione, inseguendo segreti e scovando meraviglie.
Quando arrivano a scuola, invece, agli occhi dei bambini quel luogo si presenta definito nettamente, utile a scopi a lui sconosciuti, organizzato da adulti che hanno pensato e progettato gli spazi educativi proprio per loro, ma sempre prima e senza di loro.
Il nocciolo della provocatoria animazione messa in atto dai nostri quattro autori sta nell’avere trasformato, per due giorni, la scuola in un luogo sorprendente e misterioso, di averla vissuta ed abitata come fosse casa propria.
Una volta rotto l’incantesimo soporifero, che purtroppo spesso ingrigisce i luoghi istituzionali dell’educare, ecco che una vecchia scuola , con i suoi corridoi, angoli , scale ed anfratti , diventa un mondo infinito da esplorare, si trasforma in un territorio misterioso e sorprendente come quello della propria casa, scoperto nelle prime stagioni della vita.
Questo geniale stravolgimento dell’ uso degli spazi porta i corpi di bambini ed adulti a reagire in modi inaspettati.
Cominciano così ad accedere cose che, se avete occhi e pazienza, non tarderete a trovare in queste pagine.
La ricerca che prende corpo in questa scuola, diventa teatro naturale di emozioni profonde, è così appassionante che il tempo scivola via veloce, a un certo punto, si fa notte.
E la notte, arrivando, trova nella scuola bambine, bambini, animatori, animatrici e insegnanti che si perdono e si ritrovano, inseguendo le fantasie più disparate.
Ora fermatevi un istante a riflettere.
Vi rendete conto cosa vuol dire vedere e vivere una scuola di notte a cinque anni, con ben dieci anni di anticipo rispetto alla prima occupazione autogestita del liceo?
Vuol dire che nulla è più al suo posto e che tutto è possibile, vuol dire che si sono create le condizioni per una creatività libera da impacci nel luogo in cui i bambini hanno imparato la definizione rigida dei ruoli.
Questo è il motivo per cui, la mattina dopo, i bambini tornano nei luoghi degli strani accadimenti diurni e notturni del giorno precedente, sono pochi a stupirsi che maestra e animatori si presentino in pigiama e ciabatte.
Se nella scuola si ha il diritto di sognare sarebbe assai curioso che non ci si potesse anche dormire!
Questo dettaglio rivela la serietà di una proposta educativa che vede gli adulti non risparmiarsi e mettersi in gioco pienamente, dando ai bambini la possibilità di scoprire le mille diversità degli spazi e dei comportamenti.
Quando si ha il coraggio di sottrarre al mondo la patina opaca che lo vela, rompendo le abitudini quotidiane, ci si riesce finalmente a sorprendere e a stupire di fronte a ciò che ci appartiene intimamente, senza bisogno di ricorrere a mondi virtuali o ad effetti speciali.
E l’ anno seguente, dopo aver scoperto la scuola di notte, i bambini vengono invitati a scoprire la notte senza scuola, seguendo il flauto in campagna.
Ho così a cuore il tema dell’ abitare gli spazi educativi che da ventidue anni vivo in una casa–laboratorio.
Questa deformazione professionale e caratteriale mi impedisce di aggiungere alcunchè a ciò che i bambini hanno vissuto a Cenci , così ben documentato in questo libro.
Posso solo parlare di una coincidenza, che ha il curioso sapore della profezia.
Inseguendo, bambine e bambini si sono trasformati in topi .
Spaesati topi di campagna in città e stupiti topi di città in campagna, per quel che ho capito.
Sta di fatto che i nostri quattro, per quella strana alchimia che collega misteriosamente storie e geografie, dopo aver surclassato Spielberg a Terni provano ad indagare i segreti dell’isola di Creta nella campagna di Amelia.
Lacittà e la campagna sono collegate infatti, nella proposta, dalla misteriosa presenza di un gattotauro che, dopo aver lasciato innumerevoli tracce e messaggi nella scuola, ora si aggira nei labirinti naturali che circondano la casa – laboratorio di Cenci .
Bambine e bambini lo immaginano, lo inseguono, lo temono, ci scherzano e lo disegnano.
Infine lo trovano e se ne vanno perché, purtroppo, l’ esperienza è finita.
Io, che a Cenci continuo ad abitare, cercando di fare tesoro di tanti passaggi, mi ritrovo accaldato, la stagione seguente, a piantare con molte amiche e amici oltre quattrocento piante, siepi, alberi e rampicanti, nel tentativo di dare vita ad un labirinto vegetale.
Mi accorgo di essere stato davvero stupido a non pensarci prima: quel labirinto non è il frutto dell’ incontro tra i miei deliri costruttivi e le fantasie di un ospite tedesco, ammalato di giardinaggio.
Si tratta, piuttosto, dell’ ultimo scherzo del Gattotauro.
Uno scherzo da innaffiare e da curare, come va curata la memoria di esperienze significative come questa del Pifferaio Magico.

Franco Lorenzoni